Consigli non richiesti a Catricalà dall’interno dell’Antitrust
L’Antitrust dovrà decidere che rotta seguire e soprattutto dovrà evitare in extremis la “trappola del ’29”, mai disinnescata – malgrado i tentativi – da Antonio Catricalà, che ha deciso di restare al suo posto di Garante della Concorrenza nonostante la sua designazione alla presidenza dell’Autorità per l’Energia di Alberto Brambilla
18 AGO 20

L’Antitrust dovrà decidere che rotta seguire e soprattutto dovrà evitare in extremis la “trappola del ’29”, mai disinnescata – malgrado i tentativi – da Antonio Catricalà, che ha deciso di restare al suo posto di Garante della Concorrenza nonostante la sua designazione alla presidenza dell’Autorità per l’Energia. E’ in discussione l’idea di consentire accordi fra imprese. La malattia e l’antidoto, come spesso accade, arrivano dagli Stati Uniti. Nella primavera dell’anno scorso, Christine Varney, segretario generale dell’Antitrust statunitense, ha indicato il comportamento dell’Amministrazione Roosevelt, durante gli anni Trenta, come esempio da non seguire. Il presidente democratico, anziché spingere per una rigorosa salvaguardia della concorrenza, preferì allentarne le maglie, dando carta bianca alle aziende per creare dei “codici di concorrenza leale”. Il governo autorizzò la concertazione di prezzi e salari tra le società, col risultato di veder calare la produzione: “Il benessere delle imprese fu solo anteposto al benessere dei consumatori”, scrivono Lapo Berti e Andrea Pezzoli nel libro “Le stagioni dell’Antitrust” (Egea).
Gli autori, alti funzionari dell’Autorità garante del mercato (Agcm), deducono dal discorso della Varney che “non ci sono sostituti adeguati di un mercato competitivo, specialmente in periodi di difficoltà economiche” e che “un’energica applicazione delle norme antitrust dev’essere uno degli strumenti fondamentali con cui il governo affronta le crisi”. La necessità di conciliare le istanze imprenditoriali con l’ideale di un mercato concorrenziale ha però portato l’autorità italiana a ricalcare il sentiero rooseveltiano.
L’Italia è all’80esimo posto nella classifica della competitività stilata dalla Banca mondiale. Tre anni fa, con l’inizio della recessione, la “stagione Catricalà” – l’inverno secondo Berti e Pezzoli – aveva inaugurato una via “più aperta al confronto con le imprese e con le diverse esigenze che si manifestano”. Catricalà si era limitato a dire che, visto il contesto critico, occorrevano azioni a difesa del mercato e dei consumatori “senza deprimere la crescita delle aziende e le sinergie industriali”. Considerazioni controverse dette da un’autorità preposta alla tutela della concorrenza eppure quasi unanimemente apprezzate. Soprattutto perché l’Antitrust s’è dimostrata “benevola” nel redimere le controversie, comportandosi più da regolatore che da controllore, si vocifera anche in ambienti interni all’Authority.
A far dibattere è in particolare lo strumento degli impegni, che punta a far emergere ex ante le situazioni che minano la concorrenza e consente di chiudere i procedimenti istruttori – senza accertare l’infrazione – a patto che le aziende promettano di rimuovere i motivi di preoccupazione del garante. Gli effetti positivi si traducono in un risparmio di tempo e risorse, visto che il processo non si dilunga, e in una maggiore percezione di tutela da parte del consumatore. Un abuso dello strumento – sconsigliato esplicitamente da Bruxelles – risulta deleterio: in caso di condotte gravi a danno della concorrenza “sarà l’impresa ad avere maggiori incentivi a presentare impegni”, scrivono Berti e Pezzoli, che sottolineano comunque gli effetti benefici dello strumento dato che la stessa Commissione ne ha ricavato un risparmio di tempo del 30 per cento.
L’ampio uso degli impegni è una prassi diffusa in Europa – ad eccezione di Germania e Regno Unito – soprattutto in Francia e Polonia. E l’Italia non è da meno. Con i nuovi poteri conferiti dal decreto Bersani, il ricorso agli impegni è stato eccezionale. Nel 2008 si sono chiusi così l’80 per cento dei procedimenti relativi ad abusi, e la totalità di quelli sulle intese. L’anno dopo: 5 casi su 11 per le intese e 4 su 5 per gli abusi. Questo a fronte di sanzioni comminate in quantità inferiori rispetto alla media europea.
di Alberto Brambilla